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Rappresentazione visiva dell'articolo: Le ragioni per cui lo Stato Italiano ha reso conveniente versare il TFR in un fondo pensione.

In Italia a partire dagli anni ’90, sono state avviate riforme strutturali che hanno riguardato anche il settore pensionistico. Le motivazioni di tali riforme sono state:


  • Un invecchiamento sempre maggiore della popolazione, dovuto ad un aumento della durata della vita media, insieme ad un tasso di natalità pressoché azzerata (tra i più bassi nel mondo): questo ha portato ad aumentare il numero dei pensionati rispetto ai soggetti in attività;


  • L’incremento della spesa pubblica e l’impatto che la voce previdenziale ha sul bilancio pubblico, prevista tra l’altro in aumento nei prossimi anni;


  • Il rallentamento della crescita economica del nostro Paese, insieme ad un cambiamento nella dinamica del mercato del lavoro, con una diminuzione sempre maggiore del numero degli occupati e una conseguente riduzione dell’ammontare dei contributi necessari a pagare le pensioni.


Questa combinazione di effetti ha minato l’equilibrio delle casse pubbliche che hanno visto aumentare in modo esponenziale la spesa per le pensioni rispetto al PIL, portando alla luce la necessità di una serie di riforme strutturali (per ultima la riforma Fornero), con gli obiettivi principali di:


  1. Innalzare sia l’età richiesta per andare in pensione sia l’anzianità contributiva minima;
  2. Modificare il metodo di calcolo delle pensioni


Con la Legge 8 agosto 1995, n. 335, la c.d. riforma Dini, il montante contributivo finale è funzione della:

  • Somma dei contributi versati durante tutta la vita lavorativa e non più delle ultime retribuzioni percepite;
  • Crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL);
  • Durata media del periodo di pagamento della pensione (la cosiddetta “speranza di vita” al momento del pensionamento).
  • Rivalutazione della pensione sulla base dell’inflazione (cioè sull’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi) e non più in base all’aumento delle retribuzioni che, generalmente, è più elevato.


La conseguenza di tali riforme ha portato ad una diminuzione del tasso di sostituzione, vale a dire il rapporto tra l’importo della pensione e l’ultimo stipendio da lavoratore, e una maggiore incertezza riguardo alle future pensioni dei giovani d’oggi.


La Ragioneria Generale dello Stato stima un tasso di sostituzione per i dipendenti di circa il  60 % nel 2040 per i dipendenti con più di 36 anni di contributi, percentuale invece decisamente più basse per i lavoratori autonomi (intorno al 50 %). (“Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario” Rapporto n.24 del 2023)


Queste però sono stime del possibile scenario futuro, siccome con il sistema contributivo si possono solo effettuare delle previsioni: queste ultime hanno inoltre bisogno di essere costantemente aggiornate, dato che il risultato finale è una variabile influenzata da molteplici fattori che aggiungono ulteriore incertezza, come ad esempio l’aspettativa di vita (in costante aumento), la carriera lavorativa di ogni individuo e i periodi senza contribuzioni.



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